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HISTOIRES D'ITALIE



Fernando Del Prete   :   Il Grande Esodio


fdelprete

LE      MIE    ITALIE

«La seconda generazione, la prima nata all’estero, sembra perduta, diventa nazionalista del paese in cui vive, rinnega il padre o lo prende in giro… Perfino in un paese come la Francia, dove fino agli anni cinquanta, quando si naturalizzava, si tagliavano i ponti, si spariva volontariamente nella massa anonima, si francesizzava il cognome…» Cosi’ scrive Ludovico Incisa di Camerana nel suo saggio sulla storia delle migrazioni italiane nel mondo intitolato : IL GRANDE ESODO.

E’ vero, l’ho vissuto cosi’, sparire, sciogliersi nella massa anonima, forse per non farti riconoscere, cancellare smaniosamente le orme del passato, tagliare le radici.

Quando mio padre si naturalizzerà nel ‘48 il cognome diventerà Del Prète per restituire la pronuncia francese. L’ho ripristinato, poi, senza difficoltà.

Sì, la prima generazione nata all’estero ce l’ha contro i genitori: perchè m’avete lasciato in mezzo al guado?

In quel mese di febbraio ‘41 il nascituro non sapeva che il mondo esterno rimbombava del frastuono della guerra (macchè la prima!). Germania e Italia andavano a braccetto e questa tresca aveva partorito eventi sgradevoli.

Alla dichiarazione di guerra mio padre “tirava a campare” a Parigi da venti anni. Era coatto in un campo di raggruppamento giusto il tempo d’accertare che non era un nemico dell’interno (pressappoco 4 mesi)

Nel frattempo mia madre si sbrogliava ad accudire 1 fratellastro, 2 sorellastre e 2 fratelli, scaglionati da 15 anni a 1 anno!

Dunque nel 41, eccomi qua! La mamma dovette accapigliarsi di santa ragione colla lattaia, fatalmente una “brutta fessa”, che rifiutava di vendere il suo latte ‘’ francese ‘’ a questi fetenti d’italiani! “Ma come sfamare questo poppante urlante che l’acqua zuccherata non  appaga?” chiederà la mamma agli sbirri, divertiti, chiamati in aiuto dalla commessa, conciata per le feste! Più tardi imparero a mie spese la temibile velocità micidiale della mano destra della mamma e anche talvolta della sua mancina !

Che minchioneria la guerra! come scriverà Prévert.

Da questa epoca, che sapeva di xenofobia e altri tanfi nefandi, mio padre non spiccicherà  più una parola di “taliano”, salvo nella comunità.

Sono cresciuto in un ambiente dal francese approssimativo punteggiato d’italianismi gustosi che rabberciavo alla meno peggio. Un episodio prelibato: ho provato con caparbietà e accanimento di convincere i miei compagni di scuola che occorreva pronunciare “abboutonner” e non boutonner. Dopo avere confabulato tra loro, la sentenza piombo’ : macaroni !

Questa fù la mia prima Italia, quella dei racconti che diventano inconfutabili via via che scorre  il tempo quando fa le veci della memoria e puo’ spiegare l’arrabattarsi degli emigrati, del dopoguerra, per “dimenticare Palermo”.


La mia seconda Italia è plasmata nella madia dei ricordi della prima fanciullezza in altrettante ‘’madeleines de Proust’’.

 

GLI GNOCCHI

gnocchi


Ogni giovedi’, giorno benedetto perchè senza scuola e con gnocchi, la mamma procedeva alla loro lavorazione. Ero protervo perchè potevo aiutarla. Il mio compito era essenziale : la rifinitura sui denti della forchetta. Bisognava essere attenti, badare a non premere troppo, con il pollice, i pezzi di pasta se no si schiacciavano, non rotolavano bene per diventare dei tortiglioni ineceppibili. Un lavoro da certosino. Se no poi ti becchi la ramanzina ! Il profumo dell’intingolo al pomodoro mi stuzzicava le narici. Deve ridurre, a fuoco lento, almeno due ore, ammoniva la mamma, se no l’acidità non se ne va.

Acqualina in bocca...

 
 
LA CROSTA DEL PARMIGIANO

parmigiano

Mentre facevo scivolare gli gnocchi la mamma grattugiava il parmigiano, serbato avvolto in un canovaccio. Un “malloppo” per campare quasi un anno. Ogni tanto sbirciavo per non perdere il momento in cui raggiungeva la crosta che mi regalava dopo averla pulita. Ma che piacere addentare nella crosta dura che olezzava e mi faceva sbavare !

Prelibata !

 

IL FERNET BRANCA

fernet branca

Un’istituzione “il” farmaco universale e miracoloso. Hai la pancia indolorita? Hai lo stomaco in disordine? Hai conati di vomito? nausea? crisi di fegato? indigestione ?

Hai un mattone sullo stomaco? Sei un marinaio pronto a raccare? le gambe molli?

Un capogiro? Non cercare: ecco super fernet branca !

Più tardi, un collega, un autentico francese, mi dirà «in ogni modo ti guarisce: o digerisci o vomiti!»

Amarissimo !

 

LA SAGOMA DELLO SBIRRO

Tranne il giovedi’ la mamma cucinava la pasta asciutta. Anche li avevo una parte da primissimo piano. Ella mi domandava di spiare, dal vano della finestra prospiciente la via Voltaire, l’arrivo di mio padre il quale rincasava, per il pasto venendo dalla sua bottega di sarto sistemata all’altro capo della via. D’inverno era imbacuccato nel suo pastrano grigio dai baveri rilevati e il cappello, dello stesso colore, abbassato sugli occhi. La gente che non lo conosceva lo scambiava per uno sbirro.

Quando lo scorgevo alla curva della via, lanciavo l’allarme affinchè la mamma buttasse i spaghetti nell’acqua bollente sempre pronta. Cosi’ potevamo risparmiare un po’ di tempo d’attesa al mio sgobbone di babbo che lavorava sei giorni e mezzo alla settimana nonchè dieci ore al giorno.

Al dente !

 

LA NINNANANNA

Talvolta la mamma canterellava «una canzone dolce» che poteva fungere da ninnananna. Canzone nostalgica che faceva di nome: La miniera. Racconta di un minatore italiano emigrato che, dopo un’esplosione di grisù, aiuta a salvare i compagni intrappolati nel fondo. E quando l’ultimo è portato fuori, incolume, nessuno si accorge che, sullo spiazzo antistante alla miniera «manca soltanto quello dal volto bruno, ma per salvarlo, lui, non c’è nessuno» e il ritornello sussurava :

Cielo di stelle, cielo color del mare

Tu sei lo stesso cielo del mio casolare.

La mamma ritrovava il suo italiano in tre occasioni: canticchiare (raramente), incazzarsi (spesso!), litigare col padre ma, come il milanese e il napoletano non si mischiano, l’arruffatina approdava al nulla di fatto!

Pianti !

 

GLI ZII

Con regolarità i tre fratelli del padre, anche loro in Francia, venivano a casa.

Seppellita era la lingua italiana ma il napoletano no. Un putiferio di Mezzogiorno invadeva la stanza troppo piccola per contenere un siffatta baraonda. Il torrente spalancava le finestre si dilagava nella via, ridipingeva i palazzi con i colori mediterranei.

Di botto il bucato spuntava ai balconi e la Senna si faceva Vomero.

I viandanti alzavano gli occhi perchè sentivano voci rumorose come se lassù si litigasse (ogni tanto capitava!). E loro non vedevano i gesti !

Le mogli non erano “personate grate” e ne approfittavano per fare una gita. Io rimanevo per non perdere questo affresco napoletano anche se non capivo un cavolo. Non era tanto importante il testo, mi appagava la recita di questi impagabili “commedianti, tragedianti”.

Scugnizzi !

 

OPERA

Mio fratello (-astro- solo all’anagrafe) di 15 anni più vecchio di me, portava alle stelle l’opera italiana, senz’altro encomiabile, e s’intestardiva ad illuminarmi (nel senso di liberare dall’ignoranza) e inizio’ la mia iniziazione. «Non è mai troppo presto» sentenziava vedendomi imbronciato, restio e riluttante. Ma non ci fù verso, anche se avevo 7 anni ! Per mio padre l’Opera s’era spenta con Caruso!

Il primo fù paradossalmente francese : Les pêcheurs de perles. Abiti, scenari, luci erano meravigliose per un “guaglione”, ma un cantante che canta con un pugnale conficcato tra le spalle e muore adagiato sul palcoscenico, sempre cantando, mentre cala il sipario, poi s’avvicina alla ribalta per inchinarsi di fronte alla platea, mano nella mano con il suo assassino, è palesemente strabiliante! Per me, lo scroscio d’applausi che scoppiava, doveva salutare il miracolo della resurrezione !

Mi sono addormentato al terzo atto di Don Carlos. Se uno puo dirmi come finisce gliene saro’ eternamente grato.

Al caso degli allestimenti, segui’ un periodo pucciniano e le sue travolgenti eroine, raggiunte da una intrusione verdiana che aveva “doppiamente” sbagliato strada, e mi colpirono senza che ne fossi conscio.

Dopo questa dose da cavallo il risultato fù contrario a quello scontato. Appena l’aspro tirocinio si fu esaurito, sotterrai tutte queste vicende che finivano in stragi e nelle quali si moriva cospicuamente, sprofondandole nell’abisso del’oblio, per sempre. Cosi’ pensavo. Mi sbagliavo: l’avvenire mi smentirà gradevolmente nella mia terza Italia.

Nel frattempo, fantasticavo sul fatto che questi scioglimenti erano ingannevoli e nascondevano avventure più romanesche. deavo dei seguiti strampalati :

Rodolfo e Alfredo aspettavano, davanti al sanatorio, l’uscita di Mimi’ e Violetta, dimesse e guarite. Pinkerton, diventato repentinamente vedovo (guarda caso !) ritrovava Butterfly e la sua leale Susuki, perchè il pugnale usato da Butterfly era cosiddetto di “teatro”, cioè la lama rientra nel manico quando lo affondi. Mario, fucilato come previsto con munizioni a salve, raggiungeva Tosca che, subito dopo  lo sfoggio del suo contro-ut, scattava l’apertura del paracadute dissimulato sotto il vestito (ben ti sta Scarpia ! comparirai da solo al cospetto di Dio !). Radames e Aida se la svignavano quatto quatto, grazie a un’uscita segreta nascosta nella colossale statua d’Osiris, inoltrandosi nel chiarore tentennante, diffuso da fiaccole spilorcie della loro luce, da un angusto corridoio che immetteva sulle sponde del Nilo.

Tutti quanti filavano il perfetto amore, in gruppo, alla ‘’Nouvelle Orléans’’ dove Des Grieux e Manon (il pronto soccorso aveva fatto in tempo) gestiva una ditta di jazz bazzicata anche da Marcel e Musetta riconciliati alle spese del vecchione ribambito.

Magari c’erano le zingarelle che, senza Violetta, si tiedavano a morte.

Cala la tela!

 

CANZONE NAPULETANE

Mi è giocoforza riconoscere che mi cullarono piacevolmente. Questa lingua è naturalmente musica. Quando, per le feste, la famiglia si ritrovava, l’intera casa scoppiava di O Sole mio, Funiculi’ Funiculà, Torna a Surriento, Marechiare, Santa Lucia, Munasterio’ e Santa Chiara, Luna rossa, ’E spingole francese, Comme facette mammetta, Maria Mari’, Maruzzella …arie “giramonde” !

Avevo memorizzato, foneticamente, Core’ngrato. Cantavo a mezzavoce dalla paura che si burlino di me. Ma, quando ho visto il viso allibito e attonito per la meraviglia della mia cugina napoletana, ero fiero.  Anch’io “t’aggio dato ‘o core Catari”!

Tutt’è passato e nun ce pienze cchiù !


LA PICCOLA ITALIA

Saltuariamente la colonia italiana di questa parte popolare di Parigi si recava e si stipava in un piccolo bar-salumeria-trattoria-eccetera, una bettola il cui padrone di casa era un connazionale, spesso d’estate, dopo la cena per approffitare dei giorni che si allungano. E cosi’ questa combriccola d’italiani poteva rimanere  più a lungo.

Sembrava il mattone che si fosse dato appuntamento. Dall’ultimo incontro avevano tante cose da dirsi, notizie, chiacchiere, pettegolezzi, scherzi. Vi si parlava rumorosamente, vi si pappavano salumi che l’oste sganciava dal soffito dove erano impiccati, vi si beveva vino che lo stesso oste mesceva generosamente nei bicchieri. Io potevo sorseggiare e cosi’ fare il bullo!

Era un vero piacere accompagnare mio padre in questo luogo dall’aria fumosa che si trasformava, man mano col calar della notte, in una bisca losca nella quale, con l’aiuto della luce giallastra, mescolata al fumo, ogni avventore si cambiava in confabulatore.

Poi, ciascuno faceva il cammino all’incontrario, sbronzo, un po’ di vino, un po’ del vocio ma soprattutto tanta nostalgia.

Aveva ragione Mirabeau quando asseriva: non si porta via la patria appiccicata alla suola delle proprie scarpe !

Malinconia !


La mia terza Italia inizia come la canzone di Sergio Reggiani :

‘’Sono io, sono l’italiano. C’è qualcuno? C’è qualcuna?

Rincaso un po’ tardi, lo so, diciotto anni di ritardo, è vero

Ma ho trovato i fiammiferi...

E’ spossante il viaggio per un ragazzo della mia età.

Sono io, sono l’italiano, ritorno da lontano, fù una brutta strada.’’

Ma, al contrario dell’italiano della canzone, non si è spenta la luce e Mimi’ ha aperto la porta.

Chi o che cosa decide, un bel giorno, che occorre far fagotto ed avviarsi sulla strada dissestata di un passato remoto nello scopo di bussare alla porta della memoria insonnolita? Non lo so, l’azzecco, un lungo parto e, tutto sommato, sono “nato due volte” come nel romanzo di Pontiggia !

Oggi “reclamo la (mia) origine etnica come un elemento aggiuntivo e qualificante dell’appartenenza culturale e politica alla Francia” (cf Incisa di Camerana)

E’ tutto qua, tranne che…

Due anni fa decisi di rinnovare la carta d’identità, scaduta. Di solito non c’era  problema, anche con il passaporto. Pero’, questa volta, mi hanno intimato di provare che ero di nazionalità francese.

Poichè il terrorismo incrementava e infieriva nel mondo intero, facendo stragi e carneficine ragguardevoli, il governo aveva varato provvedimenti per arginarlo. Le leggi vigenti costringevano a ricominciare da zero nell’individuare la nazionalità.

Dopo la naia e il  possesso d’innumerevoli documenti francesi di ogni risma, figurati come ci sono rimasto male! Ho pensato “ma vaffa...” ! e altri improperi, quindi ho ingoiato il rospo. Piccola vendetta, e con sicumera aggiunsi al dossier un documento datato del 3/12/48, giallastrissimo e quasi illegibile, del Ministero della Publica Salute e della Popolazione.

Al fantasma della lattaia, beffarda, che un istante labile credetti vedere alle spalle dell’impiegata dell’anagrafe, feci un bellissimo marameo!

FD